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LA LOTTA DURA PAGA
sabato 06 febbraio 2010

GENERALIZZIAMO LA LOTTA
ANCHE ALLA SAMP DI ORTONA

La lotta radicale ed a oltranza dei lavoratori della fabbrica INNSE a Milano, a difesa del proprio lavoro, ha piegato i propri avversari e ha smentito tutti i disfattisti. La lezione è chiara: la lotta dura paga. È ora di generalizzare questo insegnamento prezioso in tutto il mondo del lavoro.

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È finito il tempo di atti rituali, scioperi simbolici, preghiere istituzionali senza esito.Di fronte ad un governo che regala ai padroni lo smantellamento del contratto nazionale e la divisione dei lavoratori, con la complicità di CISL e UIL; di fronte a padroni che dopo aver incassato per anni dai governi sia di destra che di centrosinistra enormi regalie pubbliche (pagate dai lavoratori) annunciano nuovi licenziamenti, non c’è che una via: la generalizzazione di una lotta radicale e continuativa da parte di tutti i lavoratori.
Alla radicalità di padroni e governo occorre contrapporre una radicalità uguale e contraria dei lavoratori. Alla forza va contrapposta la forza. L’esperienza dimostra che solo così si possono strappare risultati. Per questo chiediamo a tutte le organizzazioni sindacali e politiche del movimento operaio di voltare pagina. E se i padroni e i loro rappresentanti di ogni colore politico diranno che le “leggi della (loro) economia” non lo consentono, si facciano pure da parte: saranno i lavoratori a governare e a riorganizzare una società a misura d’uomo, non del profitto.
Il PCL lavorerà in ogni caso, fabbrica per fabbrica e in ogni sindacato, per l’unificazione e la radicalizzazione delle lotte in direzione di una vera prova di forza col padronato e col governo; e per:

- UN COORDINAMENTO NAZIONALE DEI LAVORATORI DI TUTTE LE AZIENDE IN LOTTA A DIFESA DEL LAVORO
- UNA CASSA NAZIONALE UNITARIA DI RESISTENZA A DIFESA DELLE LOTTE
- L’OCCUPAZIONE OPERAIA DI TUTTE LE AZIENDE CHE LICENZIANO
- UNA GRANDE VERTENZA UNIFICANTE DEL MONDO DEL LAVORO, DEI PRECARI, DEI DISOCCUPATI: PER IL BLOCCO GENERALE DEI LICENZIAMENTI
- LA RIPARTIZIONE TRA TUTTI DEL LAVORO CHE C’È
- UN AUMENTO GENERALE E CONSISTENTE DI SALARI E STIPENDI
- UN GRANDE PIANO NAZIONALE DEL LAVORO, SOTTO CONTROLLO OPERAIO E POPOLARE, PER SERVIZI SOCIALI E BISOGNI POPOLARI.

 

 
PRIMO MARZO 2010
venerdė 29 gennaio 2010

A FIANCO DEI MIGRANTI IL PRIMO MARZO,
CONTRO OGNI DISIMPEGNO SINDACALE.


Il PCL sostiene senza riserve l’iniziativa di mobilitazione e di sciopero promossa da diverse associazioni di migranti per il primo marzo, in concomitanza con un’analoga iniziativa in Francia e in altri paesi europei. E chiede a tutte le sinistre politiche e sindacali di abbandonare ogni posizione di disimpegno nei confronti di questo importante appuntamento di lotta.
Per la prima volta, si stanno creando le condizioni in Italia di un movimento di massa dei migranti. Non di un movimento di “solidarietà” verso i migranti, ma di un movimento che veda i migranti come protagonisti di una lotta per la propria emancipazione. Per di più un movimento nel quale i proletari migranti possono svolgere un ruolo di primo piano e di guida sul grosso della propria comunità. Questa novità è il prodotto di numerosi fattori combinati: l’estensione materiale della presenza migrante (comunitaria ed extracomunitaria) all’interno del lavoro dipendente; l’allargamento più generale della presenza migrante nella società italiana durante gli ultimi 15 anni; l’incremento diffuso dei migranti di seconda generazione, in particolare nel nord; lo sviluppo concentrato di politiche xenofobe e reazionarie, con base di massa, contro l’immigrazione e i migranti; il riprodursi di prime reazioni attive di settori migranti alla propria condizione ( Milano, Casal di Principe, Rosarno..) con espressioni di vera e propria rivolta. Si estendono dunque le basi potenziali, oggettive e soggettive, di un movimento degli immigrati, già documentate peraltro dalla riuscita manifestazione nazionale del 17 Ottobre. Questo carica le sinistre politiche e sindacali di una nuova responsabilità: quella di raccogliere le potenzialità del movimento, di dare loro una prospettiva, di saldarle con le ragioni generali della classe operaia e delle masse subalterne.
L’attuale atteggiamento della burocrazia dirigente della Cgil e di alcuni gruppi dirigenti del sindacalismo di base di fronte alla scadenza del primo marzo è l’esatta rimozione di questa responsabilità. Con la copertura di argomenti privi di ogni consistenza.
L’argomento secondo cui lo sciopero dei migranti sarebbe giuridicamente “impossibile” e in ogni caso “fallimentare” è semplicemente falso. Innanzitutto le organizzazioni sindacali possono promuovere lo sciopero dei lavoratori immigrati così come possono promuovere lo sciopero di qualsiasi specifico settore di classe,in base a criteri professionali, sociali, di genere. La tesi secondo cui lo sciopero o è “universale” o “non è” è priva di riferimento giuridico e storico . Sarebbe come dire che è “impossibile” promuovere uno sciopero specifico dei precari della scuola. O che sono “impossibili” scioperi del proletariato femminile o di colore, che invece hanno segnato in altre epoche, e in altri paesi, la crescita del movimento proletario e del suo processo di unificazione. Quanto all’inevitabile “fallimento” di uno sciopero dei migranti si tratta di un argomento volgarmente disfattista. Tutti sappiamo naturalmente quanto sia ricattabile la condizione di milioni di lavoratori migranti, in termini economici e giuridici: è la ragione della loro specifica oppressione e dunque dell’iniziativa di sciopero. Molti immigrati non potranno aderire materialmente allo sciopero, pur potendo solidarizzare in varie forme con le sue ragioni. Ma molti potranno farlo se le organizzazioni sindacali vorranno dare loro tutela e copertura. La richiesta a favore dello sciopero di significativi settori di proletariato migrante è, al riguardo, molto eloquente. Perché non raccoglierla? Quale che sia il livello di partecipazione diretta al primo sciopero dei lavoratori migranti, il suo significato sarebbe enorme: tanto più se combinato con manifestazioni diffuse e visibili sull’intero territorio nazionale, e con la raccolta della solidarietà attiva di tanti immigrati impossibilitati a scioperare. E viceversa respingere la richiesta di sciopero che i settori più avanzati del movimento migrante avanzano significherebbe favorire nelle loro fila sentimenti di delusione e ripiegamento, a tutto vantaggio oltretutto della campagna reazionaria ( è casuale la campagna velenosa che già oggi il Giornale di Berlusconi promuove contro l’”ipocrisia dei sindacati” che “abbandonano” gli immigrati?). In ogni caso la tesi secondo cui un settore proletario è troppo oppresso per ribellarsi alla propria oppressione, ricorda la tesi dei liberali inglesi del primo 800, che spiegavano agli operai che non potevano scioperare perché lo sciopero è vietato. Fortunatamente la storia dell’umanità è stata più coraggiosa di tanti falsi “realisti”.
L’argomentazione sindacale secondo cui è preferibile lo “sciopero di tutti” e non “uno sciopero etnico” confonde i termini del problema. E’ vero: il sindacalismo di classe deve puntare alla prospettiva di un’unificazione generale di tutto il mondo del lavoro attorno a una comune piattaforma di lotta e di sciopero vero. E’ la proposta che il PCL continua ad avanzare, da tempo, a tutte le sinistre politiche e sindacali, contro la loro politica di surplace propagandistica senza mobilitazione reale ( CGIL) o di pure manifestazioni rituali e di calendario, per di più separate (sindacalismo di base). Ma perché “contrapporre” questa esigenza generale alla scadenza di mobilitazione di un settore particolarmente oppresso del proletariato e della società italiana? L’impostazione va esattamente rovesciata. Lo sviluppo di un movimento del proletariato migrante, trainato dalle proprie specifiche necessità, emergenze, rivendicazioni ( a partire dal permesso di soggiorno) darebbe un contributo prezioso proprio alla prospettiva della ricomposizione di un blocco sociale unitario del mondo del lavoro. Sia perché favorirebbe lo sviluppo della sindacalizzazione e organizzazione del proletariato immigrato, sia perché porrebbe condizioni più avanzate per comuni obiettivi di lotta col proletariato italiano, scuotendo pregiudizi e resistenze diffuse. L’unità di classe passa attraverso il processo d’incontro di movimenti reali, lungo la dinamica del loro reale sviluppo, non attraverso petizioni formali di principio contrapposte al movimento reale. Contrapporre lo “sciopero di tutti” allo “sciopero dei migranti” significa ostacolare l’autorganizzazione dei migranti a danno di tutti i lavoratori. Per di più con una evocazione retorica che non corrisponde alla politica reale dei sindacati: che non solo non stanno preparando- purtroppo- alcuno “sciopero generale” REALE, ma continuano a baloccarsi nella routine di iniziative semestrali una tantum prive di ogni capacità di incidenza e risultati ( sia per i lavoratori italiani che per i migranti).
Lo sciopero del 1 Marzo riveste inoltre un significato importante anche dal punto di vista dello sviluppo di un’egemonia proletaria sull’insieme del popolo immigrato. Non solo l’operaio immigrato ma l’insieme dei migranti vivono una condizione di specifica oppressione. Nell’estrema articolazione di provenienze etniche, di condizioni giuridiche, di mestieri sociali, di differenze di genere, il grosso dei migranti subisce l’oppressione speciale, diversamente graduata, di leggi discriminatorie, di abusi polizieschi, di pratiche razziste, in tanti aspetti della propria vita sociale ( lavoro, abitazioni, relazioni familiari, diritti civili e politici). L’operaio migrante somma a questa condizione lo sfruttamento capitalistico. Ma questa condizione tocca la badante, il piccolo venditore ambulante, il musicante, le mille figure del paesaggio quotidiano della marginalità sociale degli immigrati e delle loro comunità. Questa condizione diventa il brodo di coltura di operazioni politiche e culturali diverse. Delle campagne xenofobe, innanzitutto. Ma anche, su un versante diverso, dell’assistenzialismo caritatevole del clero cattolico, formalmente umanitario ma socialmente conservatore. O di clan comunitari dediti alla mediazione complice con lo Stato. O della predicazione di imam islamici integralisti, carica di equivoci reazionari. Tutte forme diverse di assoggettamento ideologico dei migranti all’attuale ordine sociale, oltrechè della loro divisione e frammentazione. Un’azione di classe del proletariato migrante potrebbe destabilizzare profondamente questo composito quadro di controllo. Abbattendo muri divisori e ricomponendo attorno a un proprio programma di lotta tutte le istanze di emancipazione del popolo immigrato. Ciò che rappresenta un passaggio decisivo, a sua volta, per la ricomposizione unitaria tra proletariato italiano e immigrati. Lo sciopero del 1 Marzo parla anche di questo.
Lo sciopero del 1 Marzo investe infine la dimensione internazionale della condizione migrante e della lotta degli immigrati. Non solo lo stato borghese italiano, ma la fortezza U.E. è protagonista dell’oppressione di milioni di migranti, in tutta Europa e nella stessa Italia. A partire dalla Francia, si vanno moltiplicando in diversi paesi dell’Europa le domande di un’azione congiunta su scala continentale dei lavoratori migranti. La scadenza del 1 Marzo nasce in questo contesto. Con una carica critica più che motivata nei confronti delle politiche sindacali europee sul tema immigrazione e della loro subalternità alle politiche dominanti di centrodestra e centrosinistra. La sinistra italiana ha il dovere di ricongiungersi a questo processo internazionale di mobilitazione: che oltretutto costituisce un esempio per l’insieme del proletariato europeo, e un incentivo alla sua ricomposizione continentale su base indipendente, contro ogni subordinazione ai propri capitalismi nazionali e ai loro governi.

Per queste ragioni, il PCL chiede a tutte le sinistre politiche e sindacali


A) di sostenere unitariamente la giornata di lotta e di sciopero del 1 Marzo.

B) Di assicurare piena copertura sindacale e tutela a tutti i migranti che vorranno scioperare ( sull’esempio della posizione assunta dalla Camera del lavoro di Brescia).

C) Di organizzare nello stesso giorno manifestazioni pubbliche dei migranti ( scioperanti e non) ovunque possibile.

D)Di assumere e rilanciare come riferimento la piattaforma di lotta della manifestazione del 17 ottobre, a partire dalla rivendicazione del permesso di soggiorno per tutti i lavoratori immigrati, e dell’abrogazione di tutte le leggi antimigranti.

E)Di elaborare parallelamente una piattaforma rivendicativa unificante dei lavoratori italiani e immigrati, a partire dalla rivendicazione di eguali diritti, del blocco generale dei licenziamenti, dell’abrogazione delle leggi di precarizzazione del lavoro, della ripartizione fra tutti del lavoro esistente attraverso la riduzione progressiva dell’orario di lavoro a parità di paga, dello sviluppo di un vasto piano di opere sociali ( finanziato dalla tassazione progressiva dei grandi profitti, rendite, patrimoni) capace di dare nuovo lavoro a italiani e migranti.

F)Di preparare su queste basi uno sciopero generale di tutto il mondo del lavoro, capace di promuovere una vera prova di forza contro le classi dominanti e il loro governo.

 

 
Nel pieno di una crisi sempre pių grave
lunedė 25 gennaio 2010

Risoluzione della Segreteria Internazionale del Coordinamento per la Rifondazione della Quarta Internazionale - 12 dicembre 2009


La bancarotta del capitalismo globale
 
 

La crisi del capitalismo globale, universalmente riconosciuta come la peggiore della storia, non è finita; ci troviamo nel mezzo del suo dispiegamento. Alla fine del 2009, lo spettro delle insolvenze sovrane del Dubai e della Grecia fino a quelle dell’Irlanda, che hanno scosso l’eurozona e l'Unione Europea nel suo complesso e hanno rivelato l’impatto catastrofico della montagna di debiti sugli Stati capitalisti di tutto il pianeta, a partire dagli stessi Stati Uniti, ha smentito i primi vanti di ripresa.
L’iniezione senza precedenti della massa di liquidità da parte dei governi e delle banche centrali, a seguito sopratutto del panico prodotto dal crollo della Lehman Brothers del 2008-2009, finalizzata a salvare il sistema finanziario internazionale dal collasso è stata un’operazione di conservazione; il crollo precipitoso è stato ritardato temporaneamente senza risolvere le contraddizioni sistemiche esplose con la crisi. Queste ultime si sono piuttosto aggravate e sono emersi nuovi problemi.
Nonostante la retorica, non v’è alcuna ripresa in termini di impiego, bensì una crescita della disoccupazione; nessuna ripresa bensì una contrazione del credito al consumo e per la piccola impresa; nessuna ripresa nelle spese di consumo bensì un calo degli stessi; nessun liberazione dai problemi delle banche sovraesposte o sottocapitalizzate. Il mare di derivati non è diminuito se non leggermente. La loro funzione, in ogni caso, è vitale per il capitalismo contemporaneo e non può essere abolita senza portare al collasso l’intero sistema. Si formano nuove bolle di capitale fittizio appena viene convogliata di nuovo su attività speculative la liquidità massicciamente disponibile. La pratica speculativa del carry trade, approfittando della debolezza del dollaro USA, ha alimentato la speculazione minando gli effetti dei pacchetti di incentivo e di re-direzionamento del flusso di denaro fuori dagli USA. Stanno crescendo i mercati finanziari nonostante regnino in ambito produttivo sovrapproduzione e un’eccedenza di accumulo di capitali, aprendo ulteriormente la forbice tra il capitale fittizio e quello produttivo. Le bolle sono sul punto, piuttosto prima che dopo, di scoppiare provocando una doppia recessione.
L’intervento di Stato attraverso facilitazioni quantitative stimola deliberatamente la speculazione per salvare dal collasso il capitale finanziario, dominante nella nostra epoca imperialista caratterizzata dal declino capitalista. In questo modo, tuttavia, cresce esponenzialmente lo stesso debito pubblico, senza avere una solida base di valore nella sfera produttiva. Prendono spazio i titoli sovrani per finanziare il debito pubblico e il relativo deficit che fino a poco tempo fa era occupato dal mercato dei mutui ipotecari, che con il loro inevitabile collasso hanno scatenato la crisi attuale. Commentando il caso della Grecia, i membri dei consigli direttivi presso le grandi banche occidentali prevedono che “dopo due anni di preoccupazione sul rischio ipotecario e societario, il rischio dei titoli sovrani sarà il grosso dibattito del 2010 – sia per le banche che per la più vasta comunità di investimento” (Financial Times, 21dicembre 2009)
Le metropoli e le periferie sono coinvolte nella bancarotta della globalizzazione finanziaria. Il centro del sistema mondiale e quindi della crisi si trova negli Stati Uniti, il paese più potente e più indebitato del mondo, i quali cercano di esportare la propria bancarotta a livello mondiale. L’Europa, il Giappone, la Russia e la Cina sono scosse dal’uragano internazionale e ogni antagonismo viene acutizzato.
È colpita in particolar modo l'Unione Europea. La Grecia capitalista in bancarotta non è un caso isolato ma è alla testa di una lunga serie di paesi della UE con enorme deficit e uno schiacciante debito: Irlanda, Spagna, Portogallo, Italia ecc. Le insolvenze sovrane minacciano le banche prestatrici sovraesposte, nonché la sostenibilità dell’Unione monetaria europea e l’intero progetto di integrazione capitalistica europea. Stanno crescendo forze centrifughe in grado di scuotere l’intero edificio della UE.
I tentativi perpetrati dai capitalisti e dai loro governi per far pagare ai lavoratori la loro crisi producono resistenze sociali e inaspriscono la lotta di classe. In Irlanda sono state imposte misure drastiche e un programma persino peggiore, sulla linea di quello imposto in Lettonia, è stato presentato come ultimatum alla Grecia dalle istituzioni della UE; l’“alternativa” per rivolgersi al MFI per chiedere “aiuto” è ugualmente distruttivo per le masse popolari. La rivolta del dicembre 2008 in Grecia e la brutalità della polizia, l’anno successivo, contro i dimostranti che commemoravano quell’evento, incluso l’attacco omicida perpetrato dalle forze speciali Delta contro i Trotzkisti del EEK, gli arresti di massa e i tentativi di impedirli manifestano il malessere sociale, specie tra i giovani insorti, l’enorme disoccupazione e il supersfruttamento del lavoro precario. Queste battaglie sono le prime avvisaglie di un processo politico rivoluzionario, che potrebbe e dovrebbe espandersi nell’Europa continentale e su scala internazionale. La Grecia riflette gli sviluppi storici mondiali.
Nonostante le illusioni sparse dai principali economisti e dai mass media, la Cina non è la soluzione alla crisi globale ma è parte critica del problema.
L’enorme crescita dell’economia cinese e l’accelerazione del risanamento capitalista sono stati alimentati dall’espansione USA nell’emissione di denaro a buon mercato, da un boom dei consumi di questi ultimi e dalle esportazioni cinesi dovute a una sovrapproduzione senza precedenti di capitale fittizio.
L’iniezione nell’economia da parte delle autorità dello Stato cinese lo scorso anno di un enorme pacchetto di incentivi consistente in 4.000 miliardi di yuan non hanno superato la crisi di sovrapproduzione (per es. l'eccedenza produttiva di acciaio era già nel 2005 di 120 milioni di tonnellate – più della produzione annuale del Giappone, il secondo produttore del mondo). Ciò provoca la formazione di nuove bolle nei prezzi del mercato azionario e una speculazione dei beni immobiliari. Le ragioni sono strutturali. La gigantesca sproporzione tra un’economia legata in modo prevalente all’esportazione e un inadeguato nonché sottosviluppato mercato interno in una formazione economico-sociale ancora ibrida, di fronte ora alla depressione internazionale, distrugge qualunque tentativo perpetrato dall’ala guida della burocrazia risanatrice del Partito-Stato cinese di stabilire un equilibrio sociale temporaneo tra le classi e tra la campagna e i centri industriali. Le tensioni sociali e le lotte stanno crescendo mostrando la fallacia della cosiddetta “società armoniosa in un socialismo di mercato con caratteristiche cinesi”.
Nello stesso tempo crescono le pressioni del capitale internazionale in cerca di trovare una via d’uscita da questa bancarotta, in Cina. Le richieste per una rivalutazione del renmimbi hanno come obiettivo finale l’apertura dei mercati finanziari cinesi, l’espansione di un mercato interno dominato da capitale straniero e in ultimo la trasformazione di questo vasto paese in una semi-colonia del capitale USA, europeo e giapponese. Ovviamente, tale obiettivo non potrebbe mai essere raggiunto senza un protratto processo violento di interventi imperialistici, pressioni economiche e guerre – e senza produrre forti resistenze e sconvolgimenti rivoluzionari all’interno della stessa Cina.
Anche la Russia è sotto un’enorme pressione esercitata dalla crisi globale attuale che ha provocato la sua prima seria recessione in un decennio, una svalutazione del 30% del rublo, il fallimento di varie banche, la caduta di oligarchie liberalizzate dal Cremlino e una significativa diminuzione delle riserve di Stato. Dopo il periodo di Yeltsin, con la “terapia shock” del FMI, il saccheggio di massa della proprietà pubblica degli anni ’90 e l’accentramento della ricchezza nelle mani degli oligarchi, che finirono nell’insolvenza del 1998, l’uragano internazionale attuale ha dato un colpo mortale all’era di Putin contrassegnata dalla stabilità e dal rinnovato controllo dello Stato. L’elite dirigenziale è divisa e una parte piuttosto cospicua con a capo il presidente Medvedev ripete le nuove ondate di privatizzazioni e di apertura al capitale straniero.
In cerca una via d'uscita dalla crisi sistemica, gli imperialismi in crisi degli USA e della UE rinnovano gli sforzi per ricolonizzare quel grande spazio che va dall’Est europeo alla Russia e Cina. L’umanità è entrata in un periodo di convulsioni violente, dagli esiti ignoti che saranno decisi su scala mondiale dalla lotta per la sopravvivenza delle forze viventi.

La Guerra di Obama

Gli Stati Uniti sono al centro non solo della crisi economica globale ma altresì di quella politica.
L’escalation dello sforzo bellico in Afghanistan deciso dall’Amministrazione Obama dimostra sia la continuazione che il fallimento della cosiddetta “guerra al terrore iniziata dal governo Bush, contro cui, in primo luogo, venne eletto Obama. Hanno ricevuto un colpo mortale l’Obamomania e tutte le illusioni del vincitore del Premio Nobel per la Pace e, nel contempo, signore della Guerra in Afghanistan. È assolutamente necessario e urgente che la classe operaia americana e mondiale traccino un bilancio di questo fallimento politico.
Obama è stato presentato come un oppositore della politica estera basata sulla guerra di Bush, nonostante l’importanza riservata a Hilary Clinton, tanto cara alla lobby sionista, i toni bellicosi e l’ideologia imperialista del Partito Democratico. Ora, riesuma la fallacia imperiale augustea della “guerra giusta” per giustificare la continuazione dei crimini contro l’umanità perpetrati in Afghanistan, in Pakistan e in Iraq.
Il nuovo presidente è stato pubblicizzato come un nuovo Roosevelt che avrebbe introdotto un nuovo New Deal keynesiano. Nelle condizioni odierne, dove non solo ha fallito il neo-liberismo ma anche le teorie di Keynes che lo hanno preceduto, ciò è impossibile. Un nuovo Roosevelt non può essere reincarnato in Obama alla Casa Bianca. L’impoverimento di massa delle famiglie americane a seguito del disastro del mercato immobiliare, la disoccupazione di massa e la sfortunata riforma della Sanità mostrano che l’Amministrazione Obama è di fronte a disastri non solo rispetto alla guerra in Asia Centrale ma anche nell’ambito sociale interno.
L’imperialismo USA, a causa del collasso del suo equilibrio interno, può solo impegnarsi nella Guerra e nella restaurazione di nuove basi per la sua supremazia mondiale e per una “missione” imperiale. Ciò porterà a guerre più barbare e a convulsioni, sopratutto in Asia Centrale, in Iran e nel Medio Oriente.
I Turchi giocano un importante ruolo negli schemi dell’imperialismo in quella regione. Noi dobbiamo assolutamente combattere contro questo ruolo, nonché contro l’oppressione del popolo curdo. Il CRFI condanna il verdetto della Corte Suprema e dello “Stato profondo” in Turchia di mettere al bando il DTP curdo.
È crollato il piano per una soluzione fasulla del problema dei Palestinesi. Il governo più a destra della storia d’Israele continua la sua oppressione selvaggia contro l’espropriato popolo palestinese con il blocco di Gaza e con i nuovi insediamenti nella Sponda occidentale. Nonostante il tradimento della leadership del PLO di Abbas, il popolo palestinese, senza leader, non cessa la sua resistenza contro tale occupazione.
Con il pretesto del programma nucleare iraniano, si intensificano le minacce di guerra da parte di Israele e degli USA sull’Iran. Gli sviluppi in quel paese che ha conosciuto la più grande rivoluzione popolare del Medio Oriente nel 1979 hanno raggiunto un punto cruciale. L’impasse e la disintegrazione del regime teocratico, le mobilitazioni successive alle elezioni del giugno 2008, il ruolo delle forse borghesi pro-imperialiste nella leadership dell’opposizione, ma anche le legittime rivendicazioni degli studenti e delle donne contro un regime oppressivo e oscurantista hanno cambiato radicalmente il panorama politico iraniano. Il CRFI deve seguire con attenzione e analizzare ogni passo di sviluppo per trarne la comprensione rivoluzionaria e tracciare una linea d’intervento.
Il pacifismo al centro e il nazionalismo borghese e/o il fondamentalismo religioso nella periferia è totalmente incapace di far fronte ai pericoli della guerra e a tutte le sfide connesse all’attuale situazione storica mondiale. È necessaria una mobilitazione internazionale della classe lavoratrice e delle forze popolari anti-imperialiste nella prospettiva della Rivoluzione Permanente contro la guerra continua.

Tendenze all’interno della classe lavoratrice e i suoi compiti politici

L’Europa concentra tutte le principali tendenze che si sviluppano dentro la classe operaia in lotta.
I grandi scioperi, le dimostrazioni di massa, le occupazioni di fabbriche, il sequestro di dirigenti da parte degli operai, rivolte di giovani e di lavoratori in una serie di paesi europei (Francia, Italia, Grecia, Irlanda, ma anche Romania, Serbia ecc.) dimostrano la rabbia crescente e il livello di combattività del proletariato sotto la pressione, la distruzione dei diritti delle pensioni, la repressione dello Stato ecc.
Questo sviluppo di lotte e di coscienza sociale non è lineare, varia da paese a paese ed è contraddittoria. I Partiti rivoluzionari dovrebbero seguirne con attenzione ogni passo e studiare le tendenze interne e lo sviluppo, intervenendo nella lotta con un programma di richieste di transizione che collegano il momento attuale alle lotte per il potere dei lavoratori, preparando così la sua vittoria.
Entriamo in uno stadio organizzativo e preparatorio che deve essere attento, metodico e sistematico per le future situazioni rivoluzionarie.
Ogni fronte “anti-capitalista” o formazione partitica (la tesi sostenuta dall’NPA in Francia, dal Blocco della sinistra in Portogallo, il SYRIZA, e in una versione più a sinistra, l’ANTARSYA, in Grecia, l’SWP britannico e loro analoghi internazionali), che pretendono di combattere il capitalismo all’interno del sistema capitalista, “per sconfiggere la classe anti-operaia e le politiche antipopolari dei loro governi e della UE” senza rovesciarli, è un inganno reazionario.
Combattiamo per rovesciare ogni governo capitalista e la UE imperialista, che ha dichiarato una guerra di classe posta in essere con misure drastiche di austerità contro tutti gli sfruttati e trasformato il Continente nella “Fortezza Europa” contro gli immigrati; per sconfiggere la spinta degli imperialisti europei di ri-colonizzare l’Europa dell’Est, i Balcani fino alla stessa Russia; per unificare su una base socialista tutti i popoli europei dall’Atlantico al Pacifico i Stati Uniti Socialisti d’Europa.

Cambiamenti climatici

Il Summit di Copenhagen sul cambiamento del clima sponsorizzato dall’ONU è stato un totale e inevitabile fiasco. I leader del capitalismo mondiale hanno dimostrato di essere totalmente restii ad intraprendere il più piccolo passo per ridurre il pericolo della catastrofe ecologica, ma hanno dimostrato di essere pronti a scatenare dure repressioni poliziesche contro gli oppositori di tale pericolo, direttamente in strada come l’azione nella capitale danese contro i dimostranti che protestavano.
Il finale e fasullo “accordo” rattoppato tra USA, Cina, India, Brasile e Sud Africa è una pura espressione vuota di vaghi obiettivi, senza impegni se non quello di difendere i profitti delle compagnie. E persino questo pezzo di carta privo di valore è stato stracciato immediatamente dopo dal Brasile e dal Sud Africa, due dei “co-firmatari”.
Il decadente capitalismo mondiale in crisi, ora più che mai avido di profitto, minaccia il genere umano con catastrofi ecologiche, tutti gli esseri viventi e la natura intesa come “corpo inorganico” degli esseri umani. Non sono le stesse forze produttive – ossia, lo sviluppo delle capacità materiali e mentali dell’umanità di superare i limiti naturali e sociali – che causano il cambiamento climatico e i disastri ambientali ma il loro abuso, il loro strangolamento e la distorsione dei rapporti sociali di produzione storicamente superati. Il cosiddetto “sviluppo verde” sotto il capitalismo è una demagogia, un modo fuorviante per trovare nuove uscite al loro surplus di capitale, senza preoccuparsi dell’ambiente o di risolvere il conflitto dei paesi capitalisti avanzati del Nord non solo contro il Sud del Terzo Mondo ma anche la sopravvivenza dell’intero pianeta. Questa sopravvivenza e la civiltà umana nel suo complesso dipende ora dalla riorganizzazione dell’economia mondiale su nuove basi sociali secondo le necessità di vita e non dei profitti di pochi magnati.
Chiediamo l’esproprio senza indennizzo di tutte le industrie inquinanti sotto il controllo dei lavoratori!
Chiediamo il nostro diritto al nostro spazio vitale, contro le mostruosità metropolitane.
Combattiamo per riappropriarci della nostra vita contro il vampirismo capitalista, per l’espropriazione dei capitalisti espropriatori e per il Socialismo mondiale!

Contro l’oppressione femminile

Negli ultimi due decenni l'oppressione femminile, sia in ambito metropolitano che periferico, è aumentata, nonostante si supponga il contrario. Il declino e la crisi del capitalismo è insolubilmente legata alla crisi del pratriarchismo, il sessismo, il traffico e tutte le forme di violenza inflitta sulle donne.
L’emancipazione delle donne è la misura dell’auto-emancipazione di tutti. L’emancipazione universale dell’umanità, il comunismo, attraverso una rivoluzione socialista, non può essere raggiunta senza abolire ogni forma di oppressione basata sul genere.

Cosa è l’Internazionale?

Il fallimento del capitalismo globale e i suoi risvolti politici e sociali creano come non mai l’urgente necessità di una Internazionale rivoluzionaria del proletariato e di tutti gli oppressi per rovesciare il capitalismo e riorganizzare la società su basi socialiste su scala planetaria.
Questa Internazionale rivoluzionaria dei lavoratori non può nascere per decreto presidenziale né per convocazione di un Bonaparte militare e populista, né tanto meno da un Bonaparte di uno Stato borghese. L’invito per una Quinta Internazionale, senza alcuna base programmatica, da parte di Chavez è rivolto a una platea eterogenea che compre un vasto spettro composto da varie forze per classe contrapposte tra cui partiti liberali borghesi. La politica estera è la continuazione di quella interna, la 5ª Internazionale Socialista di Chavez sembra essere l’allargamento internazionale del PSUV chavista, un partito finalizzato a irreggimentare e a controllare ciascuna e tutte le espressioni politiche della classe operaia.
Il riferimento alla “5ª” Internazionale e quindi al riconoscimento della tradizione della Quarta Internazionale fondata da Leone Trotskij e dai suoi compagni in rivolta ha lo scopo di attrarre e di intrappolare le forze rivoluzionarie che vengono da quella tradizione.
François Sabado, uno dei principali leader dell’ex Segretariato Unito del FI, ha già risposto positivamente all’invito, sebbene abbia posto alcuni punti di discussione relativi alle posizioni liberali di “sinistra” prevalenti in Europa, soprattutto in Francia, nell’ex LCR ora liquidata nel NPA. Egli accetta, infatti, che il capo di uno Stato borghese possa lanciare l’iniziativa per l’organizzazione di un’Internazionale operaia. È respinta l’intera teoria marxista dello Stato, delle classi, della lotta delle classi e della transizione al comunismo attraverso da dittatura del proletariato, dello Stato che scompare lentamente sul tipo della Comune di Parigi. Il futuro Congresso Mondiale della corrente internazionale al quale è associate Sabado è iscritto nella prospettiva liquidazionista tesa ad eliminare quel che resta della tradizione della Quarta Internazionale in quella corrente.
Un tale percorso è seguito da altre tendenze con riferimenti trotzkisti (La “Tendenza Marxista Internazionale” di Alan Woods e tutti quanti).
Il Coordinamento per la rifondazione della Quarta Internazionale sottolinea che, in particolar modo nelle condizioni odierne, la conquista, il mantenimento e lo sviluppo dell’indipendenza politica della classe operaia, del suo programma, delle sue organizzazioni, dei partiti politici e dei sindacati sono la conditio sine qua non per la lotta contro il capitale, per la soluzione socialista della crisi, per il potere agli operai e per il Socialismo mondiale.

Atene, 12/12/ 2009

 

 
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