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Insieme lavoratori italiani e migranti |
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lunedì 11 gennaio 2010 |
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LA RIVOLTA DEI LAVORATORI MIGRANTI La rivolta dei lavoratori migranti di Rosarno esprime la giusta volontà di ribellione allo sfruttamento inumano, alle condizioni di schiavitù, alle quotidiane intimidazioni e violenze subite, di fatto incoraggiate in tutta Italia dalla politica xenofoba del governo. La violenza usata dai migranti - che tanto inorridisce i benpensanti - è lo specchio della violenza, ben superiore, che essi subiscono silenziosamente ogni giorno, spesso da parte dei clan criminali, con la benedizione generale dello Stato. Alcuni aspetti “primitivi” della rivolta (contro persone e cose) sono solo l’espressione dell’assenza di una direzione cosciente e unificante. Il PCL è in ogni caso - incondizionatamente - dalla parte di questi lavoratori e della loro rivolta. Così come è dalla parte di tutti gli oppressi, in ogni parte del mondo, indipendentemente dalle loro differenze di etnia o di fede. Ora è necessario che tutte le sinistre politiche e sindacali raccolgano su scala nazionale la volontà di ribellione dei migranti unificandola su obiettivi di lotta che li possano saldare ai lavoratori italiani, contro ogni logica di contrapposizione e guerra fra poveri: a partire dalla lotta per eguali diritti, per il diritto di tutti al lavoro e alla casa, per la punizione dello sfruttamento del lavoro nero e la relativa galera per gli sfruttatori, per l’assegnazione del permesso di soggiorno a tutti i lavoratori migranti, al fine di sottrarli alla marginalità e al ricatto della malavita. Insieme, lavoratori italiani e migranti sono una grande forza, che va indirizzata contro l’avversario comune: gli sfruttatori e i loro governi. Per costruire insieme un’altra società, libera da ogni oppressione. |
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mercoledì 06 gennaio 2010 |
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LA FINE DEL CAPITALISMO Cosa dobbiamo farci con tutte le belle parole di ottimismo, di unità, di Napolitano che chiede alle opposizioni liberali di rinunciare a fare opposizione, di Brunetta che vuole che si lavori tutti insieme per cambiare, a cominciare dal primo articolo della costituzione. Che cosa vorrebbe dire, che la repubblica non è più fondata sul lavoro? La realtà è che se noi fingiamo che questa crisi a livello globale sarà presto superata con varie iniezioni di ottimismo ipocrita e liberista, non potremmo renderci conto di come si sia innalzata la soglia della prevaricazione del più forte sul più debole, di come la politica rappresenti soltanto interessi particolari, “perche ne saremo complici”. Complici di un sistema che si chiama “CAPITALISMO”. Qui non si tratta più di cercare colpe, volti, manager, banche, multinazionali, finanziarie, assicurazioni, speculatori, affaristi. Qui si tratta della consapevolezza che se si vuole uscire dalla crisi, dobbiamo superare l’ideologia del capitalismo. Infatti, questa crisi è di sistema e di struttura (sistemico-strutturale). Questo sistema si basa su un’economia fallita, su di un mercato che non ha più mercato, che non ha più domande, che l’offerta supera di netto la domanda. Un capitalismo difficilmente sanabile che sta creando la sua crisi storica e che rischia la bancarotta. Il declino del capitalismo è un fatto oggettivo in questa crisi epocale che ha determinato un ciclo di sviluppo produttivo e di accumulazione smisurata di profitti economici privati. Al contrario di quanto si auspicava, il liberismo non ha dato né più benessere né meno sfruttamento, si è dimostrato al contrario un aumento indiscriminato della forza lavoratrice e salariata, costretti a lavorare di più e con ritmi e orari che vanno oltre qualsiasi regola democratica. A livello planetario, si è ottenuto come unico risultato un aumento della precarietà, del sottosviluppo, della miseria, imponendo livelli sempre più bassi del costo del lavoro. Tutto questo porterà ad un drastico e continuo calo dei consumi aumentando la recessione in atto. Disoccupazione, precarizzazione, ulteriore indebolimento e degrado nel mondo del lavoro. Si innescherà un meccanismo vizioso che autoalimenterà la recessione, fino al tracollo e al definitivo fallimento del capitalismo su scala globale. Già Marx prevedeva e spiegava (nel crollo periodico del saggio o tasso) che quando i salari si riducono troppo, calano inevitabilmente i consumi delle masse lavoratrici, e tale processo incide sui profitti capitalistici che precipitano in caduta libera determinando effetti di crisi spaventosa. Di impoverimento e proletarizzazione anche di vasti strati della piccola e media borghesia, generando fenomeni di crescente conflittualità tra le potenze capitalistiche esistenti. Per evitare una pericolosa corsa al riarmo, riconversione bellica dell’industria e quindi ad uno sbocco bellico-imperialistico, per evitare ulteriori ricerche di mercato ove trovare manodopera a basso costo e quindi nuove forme di sfruttamento, “dobbiamo uscire definitivamente e totalmente dal sistema capitalistico borghese”. Questa è l’unica vera prospettiva sempre più realistica e concreta di cui il capitalismo e i suoi servi hanno paura e non poco. Infatti le imprese capitalistiche sono state create per ottenere ingenti profitti economici sui mercati e non per soddisfare le esigenze vitali e primarie delle persone. “Il compito dei partiti detti di sinistra e dei sindacati, non è quello di rilanciare e incoraggiare la competitività delle imprese economiche private, ma dimostrare il fallimento ed il collasso di un sistema capitalistico invivibile e inaccettabile per tutti i lavoratori”. Benché sia una lotta impari, presto le masse si uniranno e dovranno farlo prima che la situazione odierna collassi ed i governi comincino ad esprimere forme reazionarie e repressive sempre più forti. La transizione verso la rivoluzione del capitalismo è già iniziata. Chiediamo a tutte le sinistre e sindacati di portare avanti le aspettative che vanno verso “l’essere umano” e non si ripeta come insegna sempre più spesso la storia, (anche recentissima) il verificarsi dei baratti e accordi per accaparrarsi poltrone istituzionali, l’accostamento col liberismo borghese e il tradimento ancora una volta delle proprie basi sociali. Soltanto una mobilitazione di massa, radicale e prolungata, attorno ad un programma comune di rivendicazioni sociali, unificando attorno a sé i più ampi strati popolari, può incidere realmente sui rapporti di forza e creare un’alternativa a questo sistema. Forse passerà ancora qualche tempo, ma i disperati sforzi capitalistici che faranno per arrestare la ruota della storia, non serviranno ad altro se non mostrare con più chiarezza alle masse che la crisi che è diventata la crisi dell’umanità, può essere risolta solo dalla “non” subalternità di questa cultura suicida e quindi dalla Quarta internazionale. Youri Venturelli Partito Comunista dei Lavoratori |
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mercoledì 30 dicembre 2009 |
Nove mesi senza stipendio, non sono bastati. Il calvario dei lavoratori del gruppo Villa Pini continua. Per il 2010 una sola soluzione: occupazione e gestione diretta dei lavoratori!
Dunque il santissimo Natale è alle spalle e le false rassicurazioni dei politici circa il pagamento degli stipendi arretrati ai 1600 lavoratori del gruppo Villa Pini, si sono rivelate per quelle che erano: balle! In barba al finto buonismo natalizio, resta la situazione drammatica di lavoratori presi in giro e costretti dentro una situazione sempre più paradossale. Per ricostruire questa brutta storia bisogna partire da lontano. La sanità privata in Abruzzo (come nel resto d'Italia) coincide con la nascita delle regioni all'inizio degli anni settanta.
E' un rapporto che da subito diventa stretto e perverso, tanto che gran parte di tangentopoli sia in Italia che in Abruzzo ha nella vicenda della sanità privata le sue pagine più importanti. In Abruzzo, dove l'intero bilancio regionale è dedicato all'80% al capitolo sanità, a quella privata vengono dirottati prima migliaia di miliardi ed oggi centinaia di milioni di euro. Diversi gruppi imprenditoriali partecipano al lauto banchetto ma quasi da subito, emerge un personaggio che brilla per particolare spregiudicatezza: Vincenzo Maria Angelini di professione psichiatra, capo della Novafin finanziaria che controlla il gruppo Villa Pini.
Il gruppo, si divide in due aree di attività: quella di cura con il grande centro clinico Villa Pini (più di 1000 dipendenti) appunto e quello della riabilitazione con il gruppo San Stefar(400 dipendenti) che assolve il 70% dell'intera opera di riabilitazione regionale.
E' chiaro che un gruppo di queste dimensione svolga la parte del leone nella distribuzione dei grandi proventi assicurati dalla regione, ma Angelini non è uomo che si accontenti e da almeno un ventennio è l'ideatore e il capo di quello che i magistrati chiameranno “il sistema Angelini”. Di cosa si tratta? Semplice, di una fitta trama di tangenti, favori, bustarelle, voti di scambio, assunzioni degli amici degli amici e quando non bastano, minacce, pressioni, ricatti in puro stile che in altre aree geografiche della nazione si definirebbe mafioso. Ma oltre al padrone chi fa parte del sistema? Anche qui, la risposta è semplice: tutti. Badate bene, non siamo noi a dirlo ma i magistrati nella mastodontica inchiesta che ha condotto mezza giunta regionale a guida Del Turco in galera. Nella stessa inchiesta, oltre all'intero centro-sinistra sono implicati personaggi di primo piano del Popolo delle Libertà, strani sindacalisti, imprenditori del ramo del riciclaggio, faccendieri e maneggioni vari.
Insomma nella grande mangiatoia pagata dai lavoratori abruzzesi in tanti hanno avuto il loro boccone proporzionato alla loro influenza ed importanza. Generazioni di politici, interi partiti, alcuni sindacati dovevano tutto a questo sistema anzi, l'intero sistema era pensato per la loro sopravvivenza. I politici concedendo nuovi accreditamenti e gonfiando i rimborsi, i sindacati “distraendosi” o facendo pressioni a seconda delle convenienze del capo e gli imprenditori della sanità privata (dunque non solo Angelini), che ricompensavano chi svolgeva simili compiti. Un sistema quasi perfetto come si vede ma che a un certo punto s'inceppa ed esplode nel più clamoroso degli scandali.
A decretare la crisi del “sistema Angelini” è stata la rottura di quel patto di fiducia che è alla base di ogni buon sodalizio. Il centro-sinistra non si fidava più Angelini e Del Turco secondo gli atti dell'inchiesta era alla ricerca di imprenditori di “area” (si è fatto il nome di De Benedetti), interessati all'acquisto del gruppo Villa Pini.
Ovviamente, per favorire l'acquisto bisogna prima “strozzare” l'inaffidabile Angelini, dunque ritardare i pagamenti, diminuire gli accreditamenti, ridiscutere i rimborsi, insomma tentare di farlo fallire (i guai che passano i lavoratori, sono uno spiacevole effetto collaterale). Angelini capisce tutto, vuota il sacco con la magistratura, sputtana l'intera politica regionale e un anno fa riporta gli abruzzesi alle urne.
In quella tornata elettorale, il Partito Comunista dei Lavoratori si presentò da solo con la sua candidata Presidente Ilaria Del Biondo, proprio per segnalare la sua totale estraneità a quel sistema che vedeva invece tutti gli altri a vario titolo coinvolti. Ci colpì molto all'epoca, la tendenza dei due candidati delle maggiori coalizioni ad evitare di parlare troppo dello scandalo e ancor meno del destino dei lavoratori del gruppo Villa Pini, cose che invece a noi stavano particolarmente a cuore. Tra i primi punti del nostro programma, mettemmo l'esproprio senza indennizzo delle cliniche di Angelini, l'assunzione dei lavoratori del gruppo e la reinternalizzazione delle specialistiche appaltate dalla sanità pubblica a quella privata. Fummo irrisi per quella proposta, tacciati di ideologismo e di scarso senso pratico (visto da chi ci venivano quelle accuse, le valutammo come dei complimenti), ma soprattutto ci fu detto che il problema non esisteva che i lavoratori dovevano stare tranquilli, perchè tutto si sarebbe risolto senza problemi. Ma la realtà resta insensibile alla propaganda della campagna elettorale ed ad un anno di distanza, con i lavoratori che non vengono pagati da nove mesi, con le strutture sanitarie in piena decadenza, con i malati e loro famiglie costretti in condizioni allucinanti, si capisce la totale inettitudine del presidente Chiodi e dell'assessore alla sanità Venturoni. Tante parole, lacrime e promesse al Gabibbo ma di concreto il nulla assoluto. In questi mesi, i lavoratori hanno condotto una battaglia esemplare, piena di dignità con rivendicazioni chiare (innanzitutto gli stipendi) e obiettivi concreti.
Hanno sempre chiarito che lottano per il loro lavoro e non per Angelini e hanno chiesto alla politica di fare scelte coraggiose. Ma la politica, è impegnata nello stesso progetto che fu di Del Turco e cioè trovare qualcuno che liquidi l'inaffidabile Angelini e che diventi il nuovo riferimento per tornare a fare reciproci affari. Proprio in questi giorni, sembra spuntare un possibile acquirente. Si tratterebbe del gruppo Neuromed di Venafro, di proprietà di Aldo Patriciello eurodeputato del Pdl (ma guarda un po) che ha nel curriculum una serie di inchieste giudiziarie e di contenziosi con la regione Molise da far invidia persino ad Angelini. Per i lavoratori, si tratterebbe della classica brace dopo la padella perchè ormai una cosa è chiara; gli interessi dei lavoratori, dei cittadini e dei malati stanno da una parte quelli dei politici sia di maggioranza che di opposizione e dei loro amici imprenditori stanno dall'altra. Occorrerà lottare da subito nel 2010 per ottenere dalla regione la rienternalizzazione dei posti letto appaltati a d Angelini e la contestuale assunzione dei lavoratori che in quelle strutture operano, nell'interesse dei lavoratori , dei malati e della collettività tutta. Non bisogna escludere a priori nessuna forma di lotta e anzi quella più radicale: l'occupazione delle strutture sanitarie da parte dei lavoratori sembra al momento quella più rispondente alle esigenze (come dimostrato da tanti altri lavoratori, in varie parti d'Italia negli ultimi mesi).
Solo una lotta ancor più dura e determinata è in grado di strappare risultati e su questa strada i lavoratori di Villa Pini avranno al loro fianco i militanti del Partito Comunista dei Lavoratori.
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